Aggressività e terapia del tumore del pene

La terapia del tumore del pene è in molti casi ritardata nel tempo. Vediamo perchè.

Il tumore del pene (squamocellulare quasi sempre) si localizza nella maggior parte dei casi al glande e al prepuzio, è un tumore relativamente raro (1 su 100.000), ma piuttosto aggressivo per una serie di ragioni, tra cui principalmente il lungo tempo di latenza tra la comparsa della lesione e la terapia del tumore del pene.

Molto spesso il tumore si presenta come una banale infezione, che quindi viene trattata con antibiotici per un lungo tempo, prima di procedere ad una biopsia, alla diagnosi e quindi alla terapia.

Queste terapie antibiotiche o antinfiammatorie non dovrebbero essere effettuate per più di 2-3 settimane  e in caso di persistenza della lesione si deve procedere a biopsia !!

E’ stato calcolato che tra il 15 ed il 50% dei pazienti attende più di anno tra la comparsa della lesione e l’inizio della terapia del tumore del pene !!

Pertanto, spesso il tumore si presenta invasivo e passa da una categoria in cui è ancora localizzato (carcinoma in situ-CIS) o si estende solo al solo connettivo sottocutaneo (T1) a categorie (T2 ed oltre) in cui si approfondisce a livello dei corpi cavernosi del pene, o addirittura all’uretra, alla prostata (T3) o ad altri organi vicini (T4). Nel caso di tumori T2 o superiori, la prognosi dei tumori trattati è peggiore in termini di sopravvivenza.

Altri fattori che determinano la maggiore o minore aggressività del tumore del pene sono il grado di differenziazione del tessuto, classificandosi da grado a maggiore differenziazione (G1) in cui il tumore assomiglia maggiormente al tessuto cutaneo normale, a gradi a minore differenziazione (G3-G4) in cui la struttura patologica del tumore perde le caratteristiche del tessuto di partenza. La diminuita differenziazione del tumore determina una peggiore prognosi in termini di guarigione.

Inoltre, molto spesso il tumore presenta linfonodi palpabili, anche se per fortuna solo in meno della metà dei casi questi linfonodi contengono metastasi.

Lo stato dei linfonodi va quindi accertato in modo meticoloso, utilizzandosi per escludere la malattia la TAC o la linfografia, e per dimostrare la presenza di malattia il citoaspirato ed esame citologico.

Il tumore del pene si presenta inoltre a volte a sviluppo verticale (casi peggiori perchè il tumore è maggiormente approfondito nei tessuti profondi), mentre a volte a sviluppo orizzontale o verrucoso (casi migliori). La invasione dei vasi sanguigni è un fattore peggiorativo di prognosi.

Il problema dei linfonodi nella terapia del tumore del pene

La battaglia iniziale è con il tumore primario , ma la guerra si vince o si perde con i linfonodi

I fatti essenziali parlando di linfonodi nel tumore del pene sono:

  • Il 20% dei casi con linfonodi non palpabili presenta micrometastasi
  • Il 50% dei casi con linfoadenopatie palpabili risulta negativo
  • Il 30%  dei casi con linfonodi inguinali colpiti presenta interessamento dei linfonodi pelvici
  • Le metastasi ai linfonodi (inguinali superficiali, profondi o pelvici) sono una determinante maggiore della sopravvivenza, in quanto se i linfonodi non contengono la malattia, il controllo e la soppravivenza sono migliori rispetto alla presenza di linfonodi palpabili e contenenti cellule carcinomatose.
  • La bilateralità dell’interessamento linfonodale è frequente, anche in presenza di linfonodi ingrossati solo da un lato.
  • la sopravvivenza a 5 anni è del 66-87% in caso di linfonodi non colpiti da malattia
  • la sopravvivenza a 5 anni scende al 25% circa in caso di linfonodi con malattia

Cosa fare in caso di diagnosi di tumore del pene

I trattamenti possibili si dividono in 3 grandi categorie:

  • conservativi totali (escissione-circoncisione, laser, crioterapia, radioterapia esterna o brachiterapia-radioterapia con contatto-, chirurgia micrografica di Mohs, o chemioterapia)
  • conservativi parziali (amputazione parziale del pene)
  • non conservativi (amputazione totale del pene)

Questi due ultimi trattamenti hanno a volte conseguenze pesanti sia dal punto di vista funzionale e psicologico.

Quando si possono fare trattamenti conservativi totali

Si tratta di escissione-circoncisione, laser, crioterapia, radioterapia esterna o brachiterapia-radioterapia con contatto-, chirurgia micrografica di Mohs, o chemioterapia.

In linea generale, questi trattamenti vanno usati con grande prudenza, data l’alta percentuale di recidive della malattia. Si utilizzano nei casi di:

  • lesioni pre-cancerose (la leucoplachia, la balanite xerotica obliterans, il tumore di Buschke-Löwenstein-o condiloma acuminato gigante)
  • Carcinoma in situ (la malattia di Bowen , l’eritroplasia di Queyrat)
  • Carcinoma verrucoso non invasivo (Ta)
  • T1 piccoli (< 1 cm) con sola invasione non superiore al connettivo sottoepiteliale

Trattare con terapie conservative totali lesioni T2 (invasione corpo cavernoso) o superiori (invasione uretra, prostata o altri organi vicini) comporta una frequenza di recidiva del 100%.

In questi casi (lesioni T2 o superiori) si deve optare per i trattamenti conservativi parziali o non conservativi.

Quando fare trattamenti conservativi parziali

Si tratta dell’amputazione parziale del pene. Si può utilizzare in caso di tumori localizzati al glande o alla parte distale del corpo del pene.