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La carcinogenesi del collo dell’utero è un processo lento, progressivo. Si passa dalle lesioni squamose di “basso grado” L-SIL (una volta dette “displasie lievi”), che spesso scompaiono da sole, alle lesioni di “alto grado” H-SIL (una volta dette “displasie gravi”), fino al carcinoma invasivo, nel quale le cellule cancerogene sono già penetrate nella struttura del collo dell’utero e possono diffondere localmente o per via generale.

Dallo stadio di normalità a quello di carcinoma invasivo possono passare parecchi anni.

Il Papilloma virus (HPV) viene attualmente considerato il responsabile di queste lesioni e della loro progressione fino al carcinoma invasivo. In particolare, l’HPV “ad alto rischio” è responsabile di queste lesioni gravi.

Il virus HPV è presente fino al 20-30% della popolazione “normale”.

E’ inoltre presente nel 95% dei cancri invasivi del collo dell’utero.

E’ presente nel 75-95% nelle cosiddette lesioni di “alto grado”, cioè quelle che presentano alterazioni cellulari simili a quelle del cancro, ma che ancora non hanno progredito in cancro invasivo.

E’ importante sottolineare che, tra le lesioni squamose di “basso grado” L-SIL, il 10% progredisce fino al cancro, se la donna presenta una infezione da HPV “ad alto rischio”.

Oggi è possibile diagnosticare la presenza del virus HPV, e determinare se si tratta di un tipo virale a “basso” o “alto rischio” oncogeno, cioè con il potenziale di produrre il cancro del collo dell’utero.

La presenza di un virus “a basso rischio” fa stare relativamente tranquilli, poiché è probabile che la lesione regredisca, scompaia e comunque non provochi danni.

Se si riscontra invece un HPV “ad alto rischio”, è importante sorvegliare e, in caso di lesioni, effettuare una diagnosi istologica e trattare la paziente per evitare una eventuale progressione verso il cancro.

La rilevazione di assenza dei virus ad alto ed a medio rischio è segno di assenza di malattia con una affidabilità del 98%.

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