La nostra storia inizia il 9 marzo del 2000, quando mi trovavo a Londra per motivi di studio e lavoro, essendo Ricercatore clinico presso l’Ospedale universitario Queen Charlotte, appartenente al prestigioso Imperial College School of Medicine.

Nacque in quella data il dominio www.donnamed.it, e fu pubblicato on line poco tempo dopo il primo sito internet, un portale dedicato alla salute fisica, psicologica e al benessere della donna. Il sito ebbe subito successo, ed infatti fu recensito da Repubblica.

Da quel momento, il sito www.donnamed.it ha subito una serie di evoluzioni, ma è rimasto lo spirito iniziale: quello di un sito divulgativo di medicina, i cui contenuti erano e sono sempre revisionati e soggetti ad aggiornamento da parte di medici e biologi esperti.

Lo Studio Medico Donnamed si è sempre occupato di 2 tematiche principali: l’infertilità di coppia e le patologie da virus del papilloma HPV, sia maschile che femminile.

La storia dello Studio Donnamed e quella del sito www.donnamed.it sono indissolubilmente legate alla mia attività professionale di medico e ricercatore.

Nato a Taranto nel 1964, ho dedicato la mia vita allo studio delle cellule staminali embrionali e fetali, inizialmente sotto la guida del Prof. Jean Luis Touraine, di Lione, un medico importante docente alla Facoltà di Medicina Claude Bernard e direttore dell’Unità di Ricerca INSERM U80, una delle più antiche e prestigiose di Francia, all’epoca all’avanguardia nello studio dei trapianti prenatali di cellule staminali per la cura delle malattie genetiche prima della nascita. Col Prof. Touraine approfondii i concetti della cura delle patologie genetiche diagnosticate nel corso della gravidanza e che potevano essere trattate già prima della nascita con iniezioni di cellule staminali direttamente nel feto umano. A quell’epoca, si trapiantavano presso il prestigioso centro lionese, primo al mondo, le cellule staminali di fegato fetale in feti che diversamente sarebbero nati con una sindrome da immunodeficienza severa combinata (SCID), i cosiddetti bebè bulle, neonati costretti dalla nascita a vivere dentro una bolla sterile per non morire di una banale infezione che, innocente in bambini normali, diventava mortale in questi bimbi privi della capacità di rispondere con la produzione di anticorpi alle più banali infezioni, fosse anche un semplice raffreddore.

Io mi recai a Lione per studiare specificatamente la possibilità di curare già in utero feti con talassemia major, la cosiddetta anemia mediterranea, una patologia del sangue frequente nei paesi mediterranei che comporta, sin dai primi mesi di vita, la necessità di trasfusioni di sangue ogni mese, e l’uso di farmaci iniettati nel bambino ogni notte per poter eliminare dall’organismo il ferro in eccesso, che diversamente si accumulerebbe nel corpo di questi bambini portandoli a morte certa.

Una volta rientrato in Italia iniziai a lavorare presso l’Istituto Superiore di Sanità grazie ad una borsa di studio statunitense, nel dipartimento di Ematologia sperimentale, sotto la guida del Prof. Cesare Peschle, un luminare della ricerca.

Riuscimmo, primo caso al mondo, a migliorare la situazione alla nascita di un bambino sardo (diagnosticato tramite una villocentesi con questa terribile malattia perché concepito da due genitori portatori sani del gene malato), infondendo nell’utero cellule staminali del midollo osseo del padre, che io purificai a Roma e trasportai a Cagliari presenziando all’intervento. Il neonato nacque con circa il 5% di cellule sane del padre donatore, e poté vivere bene per molti mesi dopo la nascita, senza la necessità di chemioterapia né trasfusioni di sangue.

Mi trasferii poi presso il Policlinico Gemelli, dove divenni Medico interno universitario, e responsabile di un progetto che avrebbe dovuto culminare nell’introduzione di routine di questo tipo di interventi nei feti con diagnosi di malattia genetica effettuata prenatalmente.

Tuttavia, dopo 11 mesi, dovetti lasciare la struttura romana, non accettando le logiche anti-meritocratiche che imponevano “attese” per la stabilizzazione del posto lavorativo. Il mio mentore dell’epoca mi fece capire che dovevano “entrare” i soliti noti, e che io avrei dovuto attendere e mettermi in fila dopo di questi pur avendo io già molti titoli accademici e pubblicazioni, e potendo tranquillamente superare un concorso di ricercatore universitario, se questo fosse stato “pulito” e regolare.

Ma a quel tempo (e anche ora) i concorsi universitari sono già decisi prima, si sa già chi dovrà vincerlo, indipendentemente dai titoli acquisiti e dalle abilità nel campo clinico e di ricerca. Oggi la situazione è un po’ più articolata, ma l’assunto non cambia: la differenza sta nel fatto che ad un certo punto, ai “soliti noti” vengono costruiti dei curricula che non corrispondono minimamente al reale valore, in modo che, al momento del concorso, questi soggetti possano risultare idonei. A me fu chiesto di mettere, sulle mie pubblicazioni, i nomi di persone che non avevano mai lavorato sull’argomento, che non avevano alcun titolo per rivendicare quei titoli ma che semplicemente “dovevano fare carriera”. Una logica ben diversa da quella che avevo conosciuto in Francia e in giro per il mondo.

Alla fine mi dimisi dal mio posto universitario, anche perché non ero gradito ai “luogotenenti” del mentore, che ovviamente trovavano in me un ostacolo al piazzamento dei loro portaborse, spesso parenti o amici di amici. D’altro canto, la loro carriera dipendeva a sua volta dagli “amici” cui dovevano rispondere con posti di lavoro accademici dei loro protetti. Sono passati oltre 20 anni, ma la situazione accademica italiana non è cambiata minimamente.

Pertanto, dopo 7 mesi di blocco, dovetti tornare all’estero, questa volta in Inghilterra, dove divenni Ricercatore clinico appunto presso l’ospedale universitario Queen Charlotte, a Londra. Ottima esperienza, che mi rese ancora più convinto della necessità di anteporre sempre la qualità e l’onesta scientifica alle logiche anti-meritocratiche vigenti in Italia.

Tornato da Londra, pieno di titoli, divenni fondatore e responsabile del laboratorio di ricerca in cellule staminali dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, sempre a Roma. Tre anni interessanti, ma il mio “carattere indipendente e poco incline alla diplomazia” mi convinsero che in Italia non avrei mai accettato le logiche mafiose e anti-meritocratiche vigenti. Fu un periodo in cui tenevo molte relazioni a congressi nazionali ed internazionali, e in cui riuscii a portare all’istituzione molti finanziamenti grazie ai miei progetti di ricerca. Il Direttore scientifico dell’epoca pretese però di gestire personalmente, a vantaggio dei suoi adepti, i miei finanziamenti, e che io creassi una struttura ad uso e consumo dei “soliti noti”. Non si poteva fare, e pertanto non accettando queste logiche, me ne andai sbattendo la porta.

Mi dedicai pertanto all’attività privata, continuando tuttavia a nutrire i miei interessi nella ricerca scientifica, nel campo della infertilità di coppia fino a diventare Responsabile di un centro di fecondazione assistita di una nota clinica romana. Dopo 7 anni, le logiche di profitto di quella clinica mi portarono al conflitto con la proprietà: occorreva “fare numeri” ovviamente a scapito dei pazienti.

Il conflitto si acuì quando feci capire che la logica di Donnamed era inversa: occorreva ottenere il risultato della gravidanza al primo colpo, e comunque con il minor numero di trattamenti possibili. Non andava bene, ovviamente, perché certe cliniche private vedono invece nella ripetizione dei trattamenti e nell’esecuzione di trattamenti chirurgici sostanzialmente inutili una grande fonte di reddito.

La logica delle cliniche private è di tipo numerico, soprattutto nel caso delle private convenzionate, che vengono rimborsate dalle Regioni sulla base del numero di interventi, non sui risultati o sull’appropriatezza. Ovviamente, queste cliniche devono annoverare nel proprio Staff medici disponibili a queste logiche. Non ero io, perché volevo e voglio avere la coscienza pulita, e dormire tranquillo. Nel campo della fecondazione assistita la mia unica logica è ottenere il risultato nel minor tempo possibile. I pazienti non sono numeri ma persone, e se io avessi avuto (per fortuna non ne ho avuti perché ho una meravigliosa bambina Ginevra che è nata sostanzialmente da sola) quel tipo di problemi, mi sarei voluto trovare davanti un Medico, non un imprenditore dedito a “far tornare i conti economici”.

La conclusione è che svolgo il mio lavoro in maniera corretta, onesta e pensando sempre e soltanto all’interesse dei Pazienti.

Per questo, stiamo cercando di ri-creare un Centro di Fecondazione Assistita privato indipendente dalle cliniche private e gestito insieme a Colleghi che condividano gli stessi principi, senza pensare a questioni di tipo economico. Non un fivettificio, ma una Boutique Clinic dove i Pazienti possano apprezzare il nostro valore aggiunto, l’onestà, l’etica professionale e dove si persegua l’interesse esclusivo dei Pazienti.

Impresa non facile, in particolare in contesti dove le Regioni hanno avocato a sé ogni concessione di autorizzazioni sanitarie gestite al solito con logiche politiche e corruttela diffusa, in questo modo favorendo grossi gruppi di potere che soprattutto a Roma si riservano la proprietà di cliniche private dove la qualità della medicina erogata è molto spesso discutibile.  Ma le cliniche private portano voti e denaro, atti a sostenere i vari candidati politici. Aprire un centro privato indipendente risulta così una impresa complessa e rischiosa, si è soggetti alla negazione di autorizzazioni anche in presenza di strutture moderne ed efficienti, se non ci si aggrega a gruppi di potere, a politicanti corrotti e a logiche di tipo mafioso. Tuttavia ci stiamo provando.

Angelo Tocci

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