Centri di fecondazione assistita: catena di montaggio o boutique clinic?

I pazienti sono spesso incerti nella scelta di un centro di procreazione assistita cui affidarsi. Pubblico, privato convenzionato, privato? E tra questi, quali?

In questo articolo, spiego la differenza che esiste in Italia tra queste diverse opzioni, e in particolare cosa differenzia un “fivettificio”, che io definisco una catena di montaggio della fecondazione assistita, da una boutique infertility clinic”.

Le catene di montaggio (fivettifici)

Nel campo della fecondazione assistita, ho collaborato per moltissimi anni con alcune case di cura romane: tra queste, alcune erano, all’epoca, popolari centri privati di procreazione medicalmente assistita (in alcuni casi effettuavano 2.000 interventi di FIVET ICSI all’anno), altre invece non avevano mai “sfondato” in questo campo, nonostante detenessero le autorizzazioni di legge da molti anni, e vi avessero lavorato nomi noti del mio campo.

Da alcune delle case di cura con cui ho collaborato ho imparato il concetto di “fivettificio”, che non è un termine dispregiativo, ma esprime efficacemente, a mio parere, di cosa si tratta: un“fivettificio” è un centro di procreazione medicalmente assistita, privato o privato-convenzionato che, per sopravvivere agli altissimi costi di gestione e alle elevatissime percentuali sui guadagni richiesti dalle avide cliniche, deve necessariamente “fare grandi numeri”, cioè operare in un regime di scala. I margini di guadagno di queste strutture private sono talmente risicati che questi devono effettuare alti numeri di trattamenti. In ogni caso, essendo i fivettifici obbligati a fare grandi numeri, e a rientrare degli alti costi di gestione, effettuano per la maggior parte interventi di fecondazione in vitro, complessi e meglio remunerati, e pochissime inseminazioni intrauterine o interventi meno complessi, poco o per niente lucrativi.

In questo tipo di strutture, ciò che conta sono i grandi numeri senza i quali neanche il privato riuscirebbe a coprire i costi dell’aggiornamento dei macchinari, del personale, dei mezzi di coltura embrionale, dei cateteri etc.

Nel caso del privato, per esempio, le case di cura richiedono ai medici (che in molti casi gestiscono di fatto i centri di fecondazione assistita) alte remunerazioni, a fronte di scarsissime prestazioni offerte (nel migliore dei casi, un piccola sala operatoria dedicata, una stanza di ricovero in regime di mini-day hospital per il dopo intervento-spesso 2 ore di degenza che, al paziente, costano almeno 1.000 euro a Roma); le esose richieste delle cliniche private sono motivate dal fatto che, grazie ad azioni di lobbying (nel migliore dei casi) o di aperta corruzione delle amministrazioni, sono riuscite negli anni ad accaparrarsi le “autorizzazioni” che generalmente venivano negate a qualunque altro soggetto non appartenente al “giro giusto”.

Nel caso del privato-convenzionato, la situazione è ancora peggiore, perché queste cliniche, private, si muovono con logiche da pubblico (e quindi tendono a risparmiare su tutto, ed in particolare sulla qualità delle prestazioni e dei macchinari). Qui ancora maggiormente contano i “numeri”, in quanto le Regioni rimborsano le cliniche sulla base del numero di interventi effettuati (e non dei risultati): tanto maggiore è il rimborso quanto maggiore è la complessità dell’intervento. Le cliniche private-convenzionate, come i centri pubblici, non vengono remunerate sulla base dei risultati, e capita che cliniche private-convenzionate molto scadenti facciano grandi numeri, semplicemente per il fatto che il paziente non paga nulla, o paga solo un ticket.

La medicina come attività lucrativa

Da altre cliniche con cui ho collaborato,  ho imparato l’unica logica che sottende i comportamenti di queste strutture: ricerca del massimo profitto, disinteresse per la qualità dei trattamenti e per i risultati, scelta di medici che promettono ampi ritorni di investimento, particolarmente graditi se creano un “indotto” (così l’ho sentito nominare, rabbrividendo), cioè fanno “girare” altri reparti, inviando gli ignari pazienti ad altri medici per interventi di non chiara utilità, o facendo effettuare ai pazienti quantità enormi di esami non prescritti da nessuna linea guida, al solo scopo di incrementare i guadagni della clinica stessa, che ricarica ampiamente sui costi degli esami privati.

Strutture di questo tipo, dominate da pura logica del profitto, non fanno differenza tra vendere scarpe e vendere trattamenti medici: i conti devono tornare in ogni caso. Pertanto, maggiore è il numero di interventi effettuati, più graditi sono i medici che li erogano: una logica opposta all’interesse del paziente.

Da queste osservazioni, nacque l’esigenza, in primis dettata dalla mia coscienza di medico, di separare la pura logica del profitto dalla libertà di consigliare ed erogare i trattamenti effettivamente utili, e ottenere il massimo risultato, con il minor numero di trattamenti possibili. Come fare?

La scelta di Gruppo Donnamed

  1. evitare di lavorare in queste strutture;
  2. scegliere strutture piccole, di cui detenere il totale controllo anche economico, in modo da poter offrire ai pazienti il massimo della qualità, grazie al fatto di non dover pagare le esose richieste delle cliniche;
  3. trattare un numero non eccessivo di coppie con il massimo della dedizione e della competenza.

La logica della “boutique clinic”, da molti anni in voga negli Stati Uniti.

Dott. Angelo Tocci